Carlo Vidoni Disegni

Udine galleria La Piazzetta

7 - 28 novembre

di Rafaella Loffreda

La tecnica del disegno è senza dubbio il linguaggio grafico - pittorico più antico che si conosca. Fin dalla “notte dei tempi” infatti, i primi abitanti della Terra utilizzarono segni incisi o impressi sulle pareti di grotte e caverne, rappresentando il proprio vissuto, esorcizzando le molte paure. Così, questi primi uomini ci hanno lasciato importanti tracce di un'esistenza capace di adattarsi alle avversità della natura.

Il disegno, pur con le dovute differenze ed evoluzioni tecniche, ha mantenuto nel tempo caratteristiche peculiari di immediatezza e semplicità, consentendo di fermare su un supporto, oggi spesso cartaceo, un'idea, una sensazione interiore, un'emozione, un concetto.

In Carlo Vidoni, la cui formazione artistica si è concretizzata nelle discipline visive, grafico- pittoriche e plastiche, il disegno assume con evidenza una dublice essenza. Esso è infatti fondamento creativo, istintiva e necessaria trasposizione dell'idea generatrice, da cui passare alla realizzazione di opere spesso tridimensionali, sculturee o installative. A questo proposito, ricordo i numerosi e interessantissimi taccuini di disegni e schizzi, esposti in varie sue mostre.

Il disegno, in Vidoni, esprime poi una seconda essenza, divenedo opera a sé stante, testimonianza cocente del proprio vissuto, metafora della vita e del continuo scambio tra uomo e natura. Questi disegni rappresentano la produzione meno nota di Vidoni ma sostanziano la parte più intima e recondita della sua espressività.

Una materia monocroma, evanescente, leggera, a volte eterea, quasi impalpabile e sfumata caratterizza la tecnica esecutiva dei pastelli e delle crete colorate su carta. I colori scelti variano dalle terre ocra e siena, ai bruni, alla gamma dei verdi e dei blu. La casa, fra tutti, è il soggetto prediletto, essa diviene dimensione dell'esistenza, oggetto significante, rifugio degli affetti oppure prigione e spazio senza tempo. Si tratta di una costruzione essenziale in tavole di legno, l'ambiente circostante, semplice e scarno, con spazi sospesi e misteriosi, rievoca visioni metafisiche e surreali. Gli spaccati d'interno sono luoghi prospettici, schematicamente abbozzati che prendono forma dal contrasto tra luci ed ombre. La presenza umana, animale o di isolati oggetti, invita e sottende relazioni logiche e simboliche, messe a nudo attraverso un'estrema parafrasi delle variegate e complesse sfaccettature della vita

In Casa volante in blu, una piccola casa letteralmente sradicata dal suolo, rimane sospesa al centro di un alone luminoso e bianco. Curioso osservare come l'ombra proiettata sul piano orizzontale, non sia quadrata come il perimentro della casa, ma assuma una forma sferica simile a un nucleo, a un seme circondato di luce. Una rappresentazione simbolica del significato profondo della casa come nucleo della vita.

In Interno con macchina da scrivere, appoggiato alla parete di fondo un tavolo scuro, una macchina da scrivere e due fogli, il primo inserito e l'altro appoggiato sul tavolo. Sullo sfondo una seconda stanza vuota e semibuia. Cosa ci sarà dietro quella porta? Cosa sarà scritto su quel foglio? Domande plausibili ma destinate a non trovare risposta. Di certo, invade prepotentemente lo spazio una pesante sensazione di sospensione e di assenza che ci invita a meditare, a restare in ascolto del silenzio, un silenzio assordante.


Sorgenti mobili,

Galleria Diecidue!, Milano

aprile-maggio 2012

Liquide mutazioni di stato Riflessioni sui recenti lavori di Carlo Vidoni - di Angela Madesani

In un tempo di identità consumistica, di “compro e dunque sono”, di audience a tutto campo, un uomo, un artista come Carlo Vidoni, potrebbe apparire un contestatore, ma così non è. Ci troviamo qui di fronte a una riflessione sull’esistenza. La sua rara gentilezza di modi, la sua lentezza pacata e riflessiva non sono un atteggiamento, quanto un modo di essere, che si riflette nella sua ricerca artistica. Alla galleria 10.2! a Milano, che questo testo accompagna è come se Vidoni riuscisse a trasferire un’esigua quanto significativa parte del suo mondo, la natura, gli alberi, gli oggetti, rintracciati durante le pazienti peregrinazioni all’interno di edifici in disuso.

In mostra sono sculture e fotografie, tutti lavori realizzati nell’ultimo anno.

Le fotografie sono ritratti di oggetti trovati, ognuno di loro ha una storia, che possiamo soltanto immaginare: nessuna certezza. Così un vecchio pallone di cuoio è diventato un oggetto straordinario, nel senso etimologico del termine, sembra fatto di pezza. È evidente la consunzione, il passare del tempo così come nel contenitore di latta che un tempo ha contenuto vernice. Tra le diverse zone di ruggine che la coprono è ancora possibile leggere qualche scritta, delle indicazioni, un teschio, a simboleggiare la pericolosità del prodotto.

Nel momento in cui Vidoni trova questi oggetti, un vecchio decilitro di vetro, un paio di forbici, delle pinze, capisce che l’unico modo per ridare loro una vita è fotografarli. Ha ripreso anche uno dei guanti che usa allo studio: un guanto di gomma quelli che si usano anche per rigovernare le stoviglie. Quando l’ho visto mi è subito parso di poter fare dei collegamenti con la storia dell’arte, con Max Klinger, con Giorgio de Chirico, assai più in là con Tiziano. Ma non è questa la sua intenzione, perlomeno in questo tipo di lavori. Qui la volontà è quella di sottolineare il cambiamento di stato. È affascinato dalla metamorfosi in atto. Questi oggetti inanimati sono portatori di eventi antropologici, accelerati da interventi atmosferici, di circostanza. È come la volontà di scorgere la bellezza del disfacimento.

Recentemente ha iniziato a fotografare ortaggi, frutti, un limone, che qui sarà in mostra, è stato in buona parte divorato dalla muffa. Con gli oggetti animati la faccenda cambia. La fotografia blocca, registra congela il processo in un dato momento, ma esso continuerà. L’attrazione verso questo tipo di accadimenti non è morbosa. Ci troviamo piuttosto di fronte a uno sguardo poetico sui fenomeni dell’esistenza. Nessuna audience, appunto, nessun sensazionalismo. Solo la capacità di guardare a cose che quasi tutti abbiamo sotto gli occhi, ma che non siamo capaci di osservare in tutta la loro potenza evocativa. Qui il riferimento alla storia dell’arte è chiaro, a certe nature morte seicentesche, postcaravaggesche, in cui è la consunzione delle cose.

Tutti i lavori in mostra, che necessitano di tempi lunghi di sguardo, di riflessione sono all’insegna della poesia dei minimi. Oggetti dimenticati, che non potrebbero avere un ruolo diverso da quello che Vidoni ha attribuito loro. Sono un invito alla riflessione dell’illusorietà di quasi tutto quello che ci sta intorno. Una sorta di memento mori. La nostra società che raggiunge picchi di povertà indicibile e di altrettanto indicibile opulenza ha il più delle volte un sentimento di rifiuto di fronte al passare del tempo, alla morte. Qui è il contrario, è il cammino faticoso, complesso dell’accettazione.

Mi pare, talvolta, che si possa intravedere nel suo lavoro un atteggiamento che deriva da certo pensiero orientale, dal quale Vidoni è profondamente affascinato. In mostra è una mezza tazzina, bianca con un bordino blu, anch’essa arrivata dal pattume. È un oggetto semplice e prezioso al tempo stesso. L’immagine fotografica che la ritrae riesce ad assumere un equilibrio zen.

In mostra come già detto sono anche delle sculture, di derivazione naturale. Sono quasi tutte composte da rami trovati vicino a casa, nei pressi del bosco, pezzi di alberi abbattuti o potati. L’idea della maggior parte di queste sculture è quella di imitare la crescita del vegetale, che è sia longitudinale che radiale. La corda così posta sui rami ripropone la crescita, lo sviluppo dei vegetali, ma poi sfugge al controllo e diviene cosa altra.

In queste opere si respira un’atmosfera particolare, la pianta ci rimanda a certe ritualità dei boschi, a certe situazioni particolari che affondano le radici nella notte dei tempi, che vanno a cogliere il senso archetipico dell’esistenza, quello che precede di gran lunga la nascita del concetto di cultura. Una delle componenti forti dell’arte di tutti i tempi è la presenza di un archetipo, al di là dei singoli momenti e anche degli archetipi stessi.

Nel suo lavoro è una profonda spiritualità ancestrale, quella della natura, dell’uomo che nulla ha a che fare con qualsivoglia tipo di religiosità monoteisca. Al limite il richiamo, come già detto è a certe forme di spiritualità, di pensiero orientale. La scelta di utilizzare parti della natura per creare le sculture è determinata: «L’imitazione dell’albero o del ramo sarebbe stata una falsificazione della forza che la natura ha, intrinseca a se stessa. Ci tengo a utilizzare questi elementi in uno stato puro». Un atteggiamento mimetico avrebbe, infatti, ridotto la portata e il significato dei lavori.

Tra le sculture una è particolarmente densa di significati. Si tratta di un unicorno, costituito da un teschio di cavallo, sul quale è posto un corno dello stesso colore dell’osso, una chiara allusione fallica. L’unicorno nell’antichità remota era collegato al culto di una dea-madre vergine, poi fu utilizzato in ambito cristiano con riferimento alla Verginità di Maria e all’Incarnazione di Cristo, nonostante l’evidente allusione fallica. Il corno del mitico animale aveva il potere di purificare qualsiasi cosa con la quale venisse in contatto. Il tema di una vergine con l’unicorno è rappresentato come allegoria profana della castità negli arazzi medioevali e del primo Rinascimento, tessuti generalmente in occasione di fidanzamenti e riprodotti sui pannelli dei cassoni italiani destinati a contenere la dote della sposa. Anche qui il riferimento è a un cambiamento di stato.

Anni fa Vidoni ha letto un romanzo di Murakami Haruki La fine del mondo e il paese delle meraviglie che lo ha particolarmente appassionato, dove la figura dell’unicorno è centrale. Qualche tempo dopo a sua moglie, che si era sottoposta alla pratica reiki, per lenire i dolori che le venivano causati da una grave malattia, era apparsa più volte l’immagine dell’unicorno. L’animale fantastico ha così assunto una valenza particolare per l’artista e di conseguenza tutta la simbologia ad esso legata. Si tratta di un aspetto molto complesso e delicato in cui l’arte può svolgere una funzione di cura dell’anima anche per chi la pratica.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a una realtà labile, a un mutamento di stato.

Titolo di questa piccola ma assai raffinata mostra, che ci induce a riflettere, a pensare sul senso stesso dell’esistenza, è Sorgenti mobili. Così Vidoni riesce a sottolineare un concetto che gli è particolarmente caro, che i fenomeni, qualsiasi essi siano, hanno una loro energia che si mantiene, nonostante il passare del tempo e l’accadere degli eventi. Si tratta solo di un cambiamento di stato. La scelta della parola sorgente è significativa, è un chiaro riferimento alla vita. Nonostante l’apparente delicatezza dei materiali qui sono dei contenuti forti. La natura incontra la civiltà. L’artista friulano è riuscito a cogliere l’essenza delle cose nella loro semplicità complessa. In tutto quanto ci appare è una vita che continua. Si tratta solo di un cambiamento di stato che caratterizza tutto ciò che è presente in mostra, che si tratti di oggetti scultorei o di fotografie. Fotografia che riesce a cogliere a bloccare, che sottolinea la componente temporale dei fenomeni appunto.

In fondo quanto ci appare, quanto ci troviamo di fronte giorno dopo giorno, non è che illusione? O forse, semplicemente, tutto si trasforma, siamo parte di uno stato di cose liquido, in cui giorno dopo giorno ci trasformiamo per riuscire a resistere.

Tras/Mutazioni - di Eleonora Fiorani

“Sorgenti Mobili” è il titolo che Carlo Vidoni ha scelto per la sua mostra che assembla opere fotografiche e installazioni nel tema della metamorfosi, sondato nelle forme di vita che prendono ad essere nel degrado, nella rovina, nella morte per assumerne altre come processo della materia stessa, o per effetto dell’assunzione di altri valori delle cose o per intervento dell’invenzione artistica. Sono forme di una vita silenziosa che come lo sguardo che ad esse rivolge l’artista nulla hanno a che fare con le estetiche della decadenza e della rovina, né, tanto meno, con le fascinazioni del macabro.

Vidoni utilizza, in tutte le sue valenze, l’enigmatico mutismo dell’immagine fotografica, il suo essere traccia, impronta, calco, che assomiglia a un quadro, ma funziona come un ready made: e ciò la avvicina, oltre che al ready made duchampiano, agli oggetti di Man Ray che si limitano a indicare una realtà già materializzata e, così facendo, la fanno vivere in una dimensione altra. E Vidoni lo fa nell’ottica di Magritte secondo cui le immagini non sono le cose, appartengono a un altro mondo, quello delle immagini, una realtà altra che deraglia dal reale, creando un altro mondo che ci fa vedere il lato nascosto e misterioso delle cose.

L’eccesso di visione è già visionario. E qui la fotografia viene assunta come registrazione di eventi, come memoria, ma anche e insieme per la sua distanza da ogni sintassi, per la presenza muta in essa di un evento non codificato. E soprattutto per interrogare il processo di trasformazione nel degrado e nell’abbandono con l’impudicizia dell’occhio senza sguardo della macchina in un’estetica della frammentazione, per cui si ascolta solo il silenzio del passare del tempo.

L’occhio senza sguardo della macchina, trasponendo l’oggetto nell’immagine, illuminandone e registrando il processo di dissoluzione-trasformazione di ciascun oggetto, posto al centro, vede le cose, gli oggetti, gli utensili come creature, soggetti con le loro biologia e vita. Fissando l’attenzione sulla metamorfosi della materia nelle cose, ne individua un suo possibile senso profondo nei germi vitali che governano ogni forma di vita. Per questo con le immagini fotografiche guarda e ascolta il metallo nella sua vita silenziosa propagare la sua forza e continuare a vivere sordamente nella patina. La patina è infatti espressione e registrazione del tempo che passa, della solidità e permanenza della materia e della struttura interna degli oggetti, della loro capacità di durare nel tempo. E’ trasformazione della materia e degli oggetti abbandonati che, tolti dai loro usi, continuano a vivere la loro vita elementare. La ruggine fa risplendere il barattolo con i suoi rossi e i suoi valori fulvi: gli dona una nuova pelle luminosa. E’ poesia della materia ed è un tramutarsi della luce in luce mitologica naturale. Più cupo e compatto nella picchiettatura nera è il rosso della pinza che, colta nella sua pura forma, evoca le creature acquatiche dei rigagnoli e delle paludi. La bottiglia porta sul suo corpo le deformazioni e nell’opacità, che ha sostituito la sua lucentezza, la storia e le stigmate della sua vita. Porta le impronte dei corpi di quanti se ne sono serviti, le sono passati accanto e l’hanno “umanizzata”. E ora che accede a un nuovo statuto di creatura prossima a decomporsi, vicina a scomparire nell’informe, spingendo la bella forma verso il basso, rivela al contempo tutte quelle altre forme che sopravvivono come sue potenzialità. La decomposizione del limone ne tramuta radicalmente la pelle che, da gialla, tesa e liscia, perde il colore per diventare, in un rapido passaggio, bianco-spumosa, e subito dopo ruvida, rugosa, fatta di anfratti e verde cupa. Pelle che non si presenta più come una superficie ma mostra la sua profondità, il suo spessore. Il pallone, a sua volta, perso il suo turgido gonfiore, appare come avvolto, rivestito e protetto da una nuova spessa stoffa a esagoni.

Gli oggetti, il barattolo, la pinza, il limone, il pallone ciascuno a suo modo ha un corpo e un’anima, è carne nella sua corruttibilità. Emancipato e dereificato dal dover essere utile, è mostrato, mentre è stato abbandonato al suo disfacimento, durare nel tempo e entrare, con la sua metamorfosi, in nuove forme di vita misteriose e silenziose.

Le sculture o installazioni creano una botanica immaginaria, ibridando rami spezzati con corde o spago su strutture in gesso, in modo che il ramo e la corda si avvolgono l’una all’altro, come fossero una sola creatura.

Vengono così fatti interagire cose e oggetti tratti fuori dal loro contesto realizzando incontri imprevisti e sconcertanti per una logica sequenziale e lineare. E si crea uno spazio irraggiante, un assemblaggio di elementi, che entrano in un gioco di rimandi con la profondità del loro contesto segnico ed espressivo. L’inconsueto apparentamento si carica di inaspettati sensi e dà avvio a nuove forme di narrazione. Perché è come se il ramo, per intervento umano, avesse trovato il modo di continuare a fiorire e la corda disposta come un bozzolo fosse il suo fiore o frutto. E ciò ci fa deragliare dal reale e mette in moto un apparentamento che porta a una correlazione stretta tra i rami e l’oggetto artificiale: il manufatto umano si trasforma in organo del ramo, sua escrescenza imprevista, nuova cellula, parte vivente di un nuovo organismo, in un processo di trasmutazione che ha connotazioni surreali nel porsi in una sorta di limpida semplicità naturale.

E’ in quest’ottica di surrealtà che sul teschio di un cavallo l’artista ha applicato un lungo elemento che termina con un pene umano, a rievocare una delle figure più suggestive e pure degli animali fantastici, il liocorno, il mitico Rinocerus, il cavallo dal lungo corno, figura presente in molta iconografia oltre che nelle narrazioni, che nessun cacciatore può catturare se non una casta fanciulla. Il liocorno itifallico ci porta sul terreno del sacro, presente nella passione per il meraviglioso, per l’attrazione verso lo strano, il diverso, a ciò che fa spalancare gli occhi. Quindi a quell’immaginario che ogni società secerne nutrendosi del meraviglioso anteriore quale compensazione rispetto alla banalità e regolarità del quotidiano, e che nel surrealismo ha esplorato l’assurdo, il non senso nel sociale, le rovine, i simboli, l’erotismo, la memoria, le pulsioni, assumendo le più diverse connotazioni dal meraviglioso fantastico a quello grottesco e a quello perturbante. In Vidoni la matrice surrealista esplora e rammemora la fitta la rete di connivenze, complicità e scambi che intercorrono fin dalle origini tra gli uomini, gli alberi e le cose. La trama vegetale e animale della storia umana continua a parlare e vivere anche nel mondo dell’artificiale così come resiste la straordinaria capacità simbolica di strumenti creati dall’uomo: essi parlano, con la loro presenza muta, il loro linguaggio e il nostro. Raccontano della vita umana e del suo destino. Per questo la mostra è anche sguardo umano che si china, assumendo una ineluttabile presenza e tragicità, sulla decomposizione e sulla morte per illuminarle e accoglierle nella luce dell’arte.

Nel divenire. - di Angelo Bertani

L’arte di Carlo Vidoni si confronta sempre con la vita in modo stringente e interrogativo. Ciò che unifica il suo lavoro dagli anni novanta ad oggi è la volontà di sondare le mille vene carsiche che scorrono al di sotto la superficie delle cose: e i più diversi modi artistici sono per lui gli strumenti del rabdomante che si pone alla ricerca, non di qualcosa di materiale che plachi una sete momentanea, quanto piuttosto del flusso vitale che forse potrebbe dar senso a ciò che noi siamo. Vi è qualcosa di eracliteo nella concezione dell’arte elaborata da Carlo Vidoni. Primariamente c’è l’idea che tutto scorre, tutto muta, tutto è in divenire: non ci bagneremo mai nella stessa acqua anche se il fiume della nostra vita sembrerà essere sempre il medesimo e noi comunque saremo pronti a giurare di essere sempre gli stessi, di aver conservato la nostra individualità originaria. Contraddizione fertile questa, tra il fluire dell’esistenza e la percezione stabile della nostra identità, da cui nasce però la necessità più autentica e intima dell’arte, la sola forma di conoscenza che può credere di esprime l’inesprimibile, magari perfino le antinomie intrinseche dell’esistenza. Inoltre Vidoni pare ritenere che l’arte possa dar conto della sintesi dei contrari, ovvero debba sottolineare l’assenza per far comprendere pienamente la presenza e debba enfatizzare l’artificiale per far comprendere meglio il naturale. E in questa sua indagine sembra emergere un proposito ontologico, ovvero una ricerca di senso se non assoluto certamente originario, profondo e archetipico, carattere questo che lo distanzia nettamente da tanta arte d’oggi autoreferenziale e unicamente mediatica.

Confrontandosi costantemente con il flusso dell’esistente e dell’esistere, Carlo Vidoni ha dato spesso alla propria arte una caratterizzazione metamorfica. Infatti, ben fornito di adeguati strumenti tratti dalle più diverse scienze umane, egli ha intrapreso la via sinuosa e provocatoria che attraversa i confini tra l’inanimato e l’animato intendendo sottolineare come le cose abbiano un corpo e che quel corpo spesso assomigli per analogia al nostro: ecco che allora ai suoi occhi un naso, per surreale metamorfosi, può diventare un aspirapolvere (per così dire), oppure, al contrario, un’asse da stiro può prendere la forma di un corpo ormai spossato dagli eventi, o meglio di un’anima oppressa e vinta. In queste sculture-oggetto, che quasi sempre assumono una caratterizzazione sinestetica, l’ironia ha un ruolo centrale proprio perché all’artista interessa demistificare un diffuso e superficiale antropocentrismo divenuto strumento di arroganza e di potere. In altre opere è il ribaltamento di prospettiva a promuovere una riflessione e un ripensamento ironici per cui la dimensione naturale ha il sopravvento su quella umana: è il caso delle accette dal manico di legno che riprende vita (la propria) dopo che era stato costretto a porsi a servizio dell’uomo; oppure si tratta del tavolo da cui rinasce l’albero che tuttavia benevolmente conforta l’uomo che si dispone a leggere, cioè ad essere finalmente riflessivo.

Del resto il tema del libro, e della libera consapevolezza che la cultura comporta, è da sempre centrale nell’opera di Vidoni: se la sedia elettrica rivestita dalle pagine che recano la traccia di un corpo combusto esprime la denuncia di ogni ideologia disumanizzante che disprezzi la cultura (“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”, ammoniva due secoli fa Heinrich Heine), i libri sospesi da cui spuntano delle radici denunciano invece lo sradicamento del sapere in una società utilitaristica, e però ci dicono pure della necessità di ogni forma di cultura di trovare un radicamento individuale e collettivo: così si potrebbe dire che, in questo caso, sono i libri che vanno alla ricerca degli uomini e di un contesto fertile per poter avere nuova vita e dare nuovi frutti.

Nel lavoro complessivo di Vidoni è comunque ben presente una connotazione narrativa, se non letteraria: tutte le sue opere sono in fondo dei racconti, talora autonomi, talaltra invece raccordabili tra loro a definire un ciclo, ovvero a comporre i vari capitoli di un romanzo psicologico e filosofico per immagini. Per di più le figure retoriche di volta in volta messe in campo dall’artista (metonimia, sineddoche, analogia, similitudine, metafora, ecc.) rinviano dall’oggetto al linguaggio e viceversa, in un fitto intreccio di rimandi, anche alla dimensione profonda della psiche, che innesca l’arricchente interpretazione soggettiva del riguardante-lettore come in una ben predisposta opera aperta.

Nei lavori più recenti dell’artista tutte le componenti a cui ho fatto cenno stanno trovando una forma d’espressione sempre più essenziale. Ad esempio le fotografie di oggetti comuni consunti, arrugginiti e abbandonati rinviano con piena evidenza al divenire incessante dell’esistenza, ma anche a una concezione di inutilità che assume connotazioni narrative e simboliche. In queste immagini la realtà, scarnificata e priva di ogni orpello ipocrita e compiacente, è presentata nella sua nudità di dato incontrovertibile; tuttavia la dichiarata oggettività qui si carica di valori emotivi proprio perché rimanda, paradossalmente attraverso la decontestualizzazione, al contesto d’uso in cui quegli oggetti si erano resi utili. L’oggetto come relitto evoca dunque un’assenza che a sua volta diventa allusiva di ogni abbandono. Quelle povere cose consunte sono i relitti del flusso inesorabile del divenire, sono le spoglie di un naufragio infinito, e però a ben intendere, con il loro riferirsi in ogni caso alla vita, sono pure gli ossi di seppia che ci fanno sognare il mare, e nuovi viaggi, nuove sfide, nuove perenni avventure. Come del resto accade per l’arte, che di per se stessa è o dovrebbe essere “inutile”, ma che in verità è la sola forma di conoscenza che ci permette, materializzandolo, di esprimere l’inesprimibile. Angelo Bertani (marzo 2012)


Tornare natura

Spazio Ferramenta OFF_TORINO

2011/12

di Susanna Sara Mandice

Sono surreali i lavori di Carlo Vidoni: ci si avvicina confortati dalla familiarità con gli oggetti scelti e poi, di colpo, è straniamento, alienazione. C’è qualcosa che non torna, le realtà non stanno al proprio posto, vengono ribaltate. E noi, poveri osservatori, non ritroviamo più quella condizione di tranquillità nella quale non è necessario porsi domande.

Vidoni è silenzioso, puro, disarmante e potente come i sogni sanno essere.

Protagonisti della proposta artistica sono gli oggetti della tradizione domestica e rurale: arnesi, mobili, scarpe, ma anche valigie, libri, cappelli, occhiali. Oggetti alla ricerca di una propria identità; sradicati, pare abbiano perso la propria collocazione e tentino, ramificandosi, di ritrovarla. In questa tensione è ravvisabile l’universalità dell’indagine di Vidoni che attraverso gli oggetti più semplici narra di un’umanità bisognosa di rinnovate relazioni e identità. Si celebra il mondo arcaico e duro dell’Italia di ieri, così potente e coraggioso nella sua attuale presenza da potersi manifestare attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea. Ogni oggetto/soggetto si allunga, si contorce, si ridefinisce mettendo su radici, rinnovandosi nella coscienza della propria storia. Nelle opere di Vidoni ramifica, letteralmente, la vita; vi è un anelo esistenziale che denuncia l’autismo contemporaneo delle relazioni caotiche e dei cambiamenti socioculturali troppo repentini.

Eppure Vidoni non è duro, non massacra, non ferisce la fruizione. Al contrario, è amabile come una ninna nanna, è catartico e spirituale e ascende il pensiero contemporaneo senza traumi, in un viaggio che è profondo mutamento senza essere rivoluzione. Il raffinato lavoro, composto da semplici fondamentali elementi, diventa così purezza e immediatezza, è riconoscibile, attuale ed esteticamente armonico. Per goderne occorre essere pazienti, vivere nella sospensione, riconoscersi il tempo dell’osservazione e del silenzio, imparare nuovamente a rispettare la propria storia. È necessario immergersi nella delicata cosmologia organizzata dall’artista, nella quale ogni elemento ha un posizione definita. E, nel contempo, risulta inutile il tentativo di trovare la serena sicurezza data dall’indiscussa verità: l’ordine di Vidoni è apparente, il silenzio fa rumore e disturba l’estasi.


L’arte, la casa dell’essere

Artestudio Clocchiatti_Udine

SITUS INVERSUS, 2010

di Angelo Bertani

Molti fra i disegni recenti che Carlo Vidoni ora espone, crete colorate su carta, hanno per protagonista una casa. E’ una casa semplice, un po’ rustica e molto essenziale, fatta di assi di legno accostate e sovrapposte, come quelle che si vedono nei vecchi film o nei sogni. Isolata, circondata dal buio e dal nero minacciosi, è però circonfusa di luce e pare emanare una sua enigmatica energia, illuminata com’è da un aprirsi improvviso e quasi miracoloso di quel nero e di quel buio. Certo si sa che la casa è un simbolo forte, polisemico, ricco di significati che ci rinviano alla parte più profonda della nostra psiche e addirittura agli archetipi: di volta in volta può alludere al corpo, alla personalità, alla proiezione dell’io, alla storia interiore dell’individuo, agli affetti familiari; di volta in volta può essere rifugio o prigione delle speranze, delle illusioni, dell’anima, della nostra vita ardente e fragile.

La casa che Vidoni rappresenta sta solitaria in mezzo a un deserto, a una sorta di terra desolata che forse rimanda alla solitudine originaria da cui l’uomo deve comunque partire per poter incontrare se stesso e gli altri. Si erge questa casa nel mezzo di una natura leopardianamente indifferente o ostile e deve cercare di resistere a tutto ciò che attorno la mette in pericolo e vuole travolgerla: pare infatti che da un momento all’altro all’orizzonte o tra le nuvole possa profilarsi una nuova e fatale minaccia, naturale o umana. Il senso di sospensione e di attesa che percorre questi disegni è amplificato da alcuni particolari, come il badile ancora infilato nel mucchio di terra e la scala appoggiata a una parete per raggiungere una finestra o il cielo. Ma questa casa è anche un fortino nel quale trovare rifugio e difesa contro il destino e magari anche contro la storia, nel caso in cui i barbari si decidessero ad attaccare: talvolta l’apparente fragilità nasconde una grande forza, una grande determinazione.

Il fatto che la casa possa rappresentare la proiezione dell’io ci viene confermato da alcuni altri disegni, evidentemente collegabili ai primi. Essi ci fanno entrare nel cuore stesso di questo edificio enigmatico e ci conducono per le sue stanze che si aprono dinanzi a noi come progressivi gradi di consapevolezza. In una di quelle stanze ritroviamo la scala, speranza di riscatto, ma anche ricordi d’infanzia, come una vecchia stufa e un piccolo cane, o ancora allusioni a una minaccia o a un fatto tragico, come quel serpente che striscia verso un triciclo da bambino. In fondo ognuno di noi vivendo percorre stanze simili per esplorare e cercare di superare le proprie inquietudini.

Tuttavia la casa che domina i penetranti disegni di Carlo Vidoni è anche qualcosa che ci sprona a riconoscere in noi un profondo senso vitale, un andare verso la vita che ci fa superare le stanze più buie della nostra esistenza, che ci fa resistere a tutti gli assalti della natura e del caso, aprendoci a nuove decisive speranze. Infatti dal cuore di quella casa crescono alberi, si propaga inarrestabile la vita, si sprigiona un’energia che vince il freddo e l’inverno dei momenti più difficili. Quella casa è dunque anche rifugio della vita, del suo silenzioso fluire, dei suoi segreti più riposti. E’ un nido in cui le lucciole, le ultime lucciole, possono trovare ricovero, riparo e asilo fuggendo da un mondo che non sa più che farsene; è la parte più riposta e positiva di ognuno di noi che sa respingere il buio e le tenebre che la circondano. Quella casa rappresenta il riscatto dalle inquietudini più profonde nel quale l’arte ci consente di confidare proprio perché le mette in scena, proprio perché dà ad esse una forma. Quella casa è l’arte stessa, in cui cresce l’albero alchemico della vita che solo gli “uomini vuoti” non sanno vedere.